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I ritrovamenti archeologici effettuati a Baccano, lungo la via Cassia, nel territorio del comune di Campagnano di Roma, e il successivo scavo del complesso venuto alla luce, che riveste un'eccezionale importanza trattandosi di uno dei pochi casi di struttura di età romana destinata all'accoglienza dei viaggiatori (in latino mansio), identificata con certezza e ampiamente esplorata, fornirono lo stimolo per la costituzione del Museo Archeologico di Campagnano, inaugurato nel dicembre del 1989. L'esposizione fu ospitata all’interno di Palazzo Venturi, un palazzo signorile del XVII secolo, posto all’ingresso del centro storico del paese, accanto alla Porta Romana.

La raccolta si configurò sin da principio, sulla scorta di tante simili realtà del Lazio, come museo del territorio, con il fine di raccogliere, tutelare e valorizzare il ricco patrimonio archeologico di Campagnano.

Il nuovo museo ha raccolto in parte la precedente esperienza e quindi la sua narrazione è articolata in un percorso che ha come principali criteri di ordinamento quelli cronologico e topografico, accresciuto dall'esposizione di nuovi reperti, precedentemente conservati nei magazzini. Il racconto museale però, ideato anche in un'ottica di rete con i musei del circondario, si arricchisce e si diversifica da quello precedente dipanandosi su un doppio registro, quello della storia del territorio e quello del viaggio, nei suoi vari aspetti culturali e materiali, dal trasporto alla viabilità, dal culto al pellegrinaggio. Questa vocazione è profondamente sedimentata nella storia del nostro territorio, è una sua caratteristica legata al movimento e allo scambio, in primo luogo per essere stato, in particolare in età etrusca, un'area di confine, poi per la presenza di importanti assi stradali, la Cassia prima e più tardi la Francigena, e ancora per la mansio di Baccano, per i santuari cristiani meta di pellegrinaggi, come quello di Sant'Alessandro, oggi scomparso, e quello del Sorbo. Ma è stato anche un territorio di passaggio, da addomesticare, da attraversare, così come fanno i Romani aprendosi la strada nella Selva Cimina o, in età moderna, i gendarmi che battono il Bosco di Baccano alla ricerca dei briganti che assaltano pellegrini e viandanti.

Anche la scelta del nuovo "contenitore" museale si lega profondamente a questa eredità, ne rappresenta una delle espressioni. I locali che ospitano il museo erano, infatti, le stalle di un reparto di carabinieri pontifici a cavallo destinato principalmente alla vigilanza della via Cassia e del Corso Postale. Non trovandosi alloggio per la truppa e le sue necessità si decise, nel 1818, di destinarle questo edificio, un ex granaio, definito “Fabrica de Scarnicchia”, di proprietà della Comunità di Campagnano. Vennero realizzate mangiatoie, porte e finestre, rastrelliere e altri accorgimenti che ancor oggi sono riconoscibili nelle sue sale.

Il museo è nato ed esiste per i propri visitatori: per chi qui vive, per chi viaggia da vicino e da lontano, per i pellegrini, per gli automobilisti che sfrecciano sulla moderna Cassia bis. Non vuole essere un punto di arrivo, non vuole fermare e cristallizzare il tempo, ma si propone come tappa nel viaggio materiale ed esperienziale di chi entra dalla sua porta.